A differenza di ciò che si dice rispetto alla vita di tutti i giorni, a teatro “l’abito fa il monaco”. Eccome! Ecco perché il lavoro del costumista assume una così grande importanza. È proprio il costumista, infatti, a vestire il personaggio e a renderne visibili i tratti psicologici, il carattere e la personalità, attraverso ciò che gli verrà cucito addosso . Così facendo, già tramite la presenza scenica e lo stesso costume, lo spettatore si renderà immediatamente conto di chi ha di fronte e di che ruolo sta interpretando.

Lo scorso 14 aprile, dalle 17,30 alle 19, il Ridotto del Teatro Garibaldi (Piazza Serristori, Figline) ha ospitato il laboratorio a cura di Serena Naddi, costumista professionista, nell’ambito del progetto comunale “Alchimie teatrali”, dedicato alla valorizzazione delle produzioni teatrali giovanili. Ai ragazzi del progetto, Serena Naddi ha raccontato del suo lavoro accanto ad alcuni dei nomi più importanti del teatro italiano, tra cui il premio Oscar 1994 ai migliori costumi, Gabriella Pescucci, di cui è stata assistente.

Nel corso del pomeriggio, inoltre, ha spiegato come si costruisce materialmente un costume, a partire dall’idea sino alla sua realizzazione. È poi passata a sottolineare la differenza tra il teatro e il cinema: due mondi in cui il costume assume un’importanza diversa, in rapporto alla vicinanza con lo spettatore. Nel teatro, infatti, il vestito può essere percepito anche come “macchia” di colore, soprattutto se la distanza con il pubblico è rilevante (basti pensare, per esempio, alle masse del coro e alle comparse in uno spettacolo di lirica). Nel cinema, invece, la telecamera segue da vicino i protagonisti del racconto e, di conseguenza, sarà necessario dedicare un’attenzione maggiore al costume, perché ne saranno visibili tutti i particolari.

Ma la lezione della Naddi non si è limitata agli aspetti tecnici e stilistici del suo mestiere, ma ha trattato anche un po’ di storia del costume. Passando dal corpetto (che strizzava letteralmente i polmoni e il giro vita delle donne) all’uso del cappello, dalle varie fogge della giacca dell’uomo all’uso delle parrucche, la costumista non solo ha voluto sottolineare come l’abbigliamento sia cambiato nel corso del tempo, ma anche ribadire l’importanza che la conoscenza di questi cambiamenti epocali ha in fase di progettazione. Il costumista, infatti, su indicazione del regista, deve farsi ispirare proprio dalle sue conoscenze per vestire il suo personaggio, dalla scelta dei tessuti a quella degli accessori (che potranno essere anche trasformati, conciati o colorati). Il costume, quindi, come creatività, ma anche come ricerca e documentazione. Inoltre, un ulteriore elemento da non trascurare è il rapporto con le sartorie, che dovranno poi realizzare concretamente l’idea.

Rubrica a cura di Cristina Bonechi, ufficio Partecipazione del Comune di Figline e Incisa Valdarno